Notturno

Si rimane incantati ed avvolti guardando Notturno, come davanti al Giardino Delle Delizie di Bosch , uno di quei dipinti di fronte ai quali ci si potrebbe soffermare per giorni interi, tanti sono i particolari, i riferimenti e i dettagli che vanno oltre l’opera stessa. Il silenzio nella pellicola, come i vuoti sulla tela del pittore fiammingo, sono importanti quanto le scene di vita, delle persone che raccontano le loro storie: servono anzi a forzarne la tensione emotiva, scandendo una serie di episodi che arriva dritta al cuore dello spettatore.

Non ci sono riferimenti geografici, solo qualche indicazione aggiunta nella seconda versione che è arrivata nelle sale dopo il Festival di Venezia. Risulta chiaro l’intento di raccontare la quotidianità delle persone vittime della Storia, da quando, nel 1916, le potenze coloniali segnarono a tavolino dei confini, prima inesistenti, in quella “terra di mezzo” che dal Libano arriva fino in Siria, passando per Giordania, Iraq e l’invisibile Kurdistan. Decisioni politiche che sono arrivate come un’onda d’urto nel quotidiano dei civili e che, un secolo più tardi, risuonano nella rivoluzione dei giovani contro la corruzione dilagante e l’abbandono da parte della comunità internazionale. Le uccisioni e le repressioni della polizia assomigliano a quelle negli Stati Uniti durante l’ultima estate calda dell’amministrazione Trump, mentre l’ISIS sta riacquistando forza in questi mesi di pandemia.

Notturno

Gianfranco Rosi ha compiuto otto mesi di ricerche senza cinepresa, per raccogliere pezzi di realtà che quella cinepresa avrebbe trasformato…C’è il cacciatore di frodo, incontrato per caso su una moto, di cui dodici settimane più tardi avrebbe seguito la notte a caccia di uccelli, le anatre usate come esche, con la palude illuminata dalla luce del fuoco, un’eco della guerra sullo sfondo.

Ci sono i prigionieri dell’ISIS in Siria, con l’uniforme rossa e i loro quindici minuti di aria ogni due settimane.

C’è l’orfanotrofio con le sessioni di terapia del disegno, che tirano fuori i mostri dai ricordi di quei bambini innocenti. C’è lo spettacolo teatrale nel manicomio di Baghdad e le madri dei condannati che entrano nelle celle vuote.

Ma il climax è raggiunto dai messaggi vocali di una ragazza rapita dall’ISIS che risuonano nel buio di una stanza. Il marito della vittima, che li aveva ricevuti, ha consegnato il telefono a Rosi, dicendo di non voler comparire in video. Erano trascorsi tre anni da quelle torture registrate su chat ed il giovane, che nel frattempo si era risposato, decide di lasciarsi per quel capitolo alle spalle, dando carta bianca al regista. Il ventotto ottobre del 2019 Rosi rintraccia la madre della ragazza a Stoccarda. Durante il loro incontro, senza cinepresa, la donna velata gli racconta la storia e gli chiede di ascoltare i messaggi della figlia: ecco nascere la scena più bella del film.

Rosi ci dona l’essenza di una verità che prende forma nello spazio fra lente e soggetto e riesce nella sfida di trovare la giusta distanza, dialogando con la memoria ed il dolore, pennellandoli con una luce di penombra per le giornate cupe, dove le nuvole si muovono veloci come il coro di una tragedia greca.

Voto 4/5