Gli Anni Più Belli

Qualche estate fa, su un’isoletta greca dove pensavo che soltanto in pochissimi avessimo deciso di trascorrere le vacanze, incontrai Gabriele Muccino. Ogni mattina in spiaggia e spesso la sera nella taverna che entrambi avevamo battezzato come casa, lo salutavo come fosse stato un vecchio amico. Nulla di più, solo un cenno di affetto ad un regista che considero come un giovane zio, o un fratello maggiore a cui sarò sempre riconoscente per avermi spiegato i tormenti dell’amore e dell’amicizia dell’adolescenza, nel momento esatto in cui li stavo vivendo.

I suoi primi quattro film hanno segnato non soltanto me, ma anche il cinema italiano a cavallo del terzo millennio.

“ Ecco Fatto” “ Come Te Nessuno Mai” “ L’Ultimo Bacio” e “ Ricordati Di Me” hanno raccontato in modo originale ed incisivo quel tempo confuso e di valori in decadenza che ha attraversato due generazioni di mezzo: la sua, dei figli del dopo Guerra, arrampicatori sociali della Prima Repubblica, e la mia, immediatamente successiva, dei Millennials che si sono dovuti reinventare sulle macerie di un paese economicamente in rovina.

locandina

Gli Anni Più Belli

Con questo nuovo lavoro, che arriva dopo la lunga esperienza hollywoodiana e due titoli opachi che sono fluiti tiepidamente nel ritorno in patria, Muccino si ispira in modo evidente a C’Eravamo Tanto Amati di Ettore Scola per tirare le somme di chi oggi conta più di cinquanta primavere.

Quattro amici, un amore conteso, la narrazione che li segue da ragazzini negli anni ’80 fino alla maturità odierna e che si condensa tutta in una delle scene più belle della pellicola, la corsa affannata di Micaela Ramazzotti sulle scale sempre in salita della vita.

Peccato che tutto sia troppo: troppo esasperato nella recitazione, troppo romano, troppo artefatto nel trucco e nei filtri per ringiovanire i protagonisti, troppo sviolinato ed approssimato nell’unire, stile collage, reperti storici e storia romanzata. Il risultato assomiglia pericolosamente ad una miniserie televisiva di Rai1.

Le interpretazioni potrebbero fare da contraltare ad un’operazione fallita, ma si fermano ad un tre a tre palla al centro: da un lato i bravi Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart e Nicoletta Romanoff, dall’altro il minimo sforzo impiegato da Micaela Ramazzotti e Claudio Santamaria nell’applicarsi usando la stessa posa dei ruoli precedenti che li hanno portati al successo ed il pessimo esordio cinematografico di Emma Marrone.

Il finale ci risolleva dalle perplessità, in una sorta di pacificazione generale con il passato e con le scelte sbagliate e ci ricorda saggiamente di brindare, comunque, a ciò che ci fa stare bene. Come dei sopravvissuti.

 

Voto 2/5