Chien

Spesso i rapporti si basano sul giocoforza tra sottomissione e potere: in questo equilibrio apparente perchè totalmente sbilanciato, i deboli cercano di dare un senso alla propria condizione.

Ecco quindi che gli ordini che ricevono, i colpi che incassano, i rifiuti che accettano dai padroni che inaspriscono la loro prevaricazione col ricatto e la menzogna, vengono interpretati come gesti di attenzione ed affetto nei loro confronti.

Chien

Samul Benchetrit ci racconta questa condizione universale con la metafora di un uomo che progressivamente si trasforma in un cane…Jacques è uno dei tanti che hanno come unico desiderio nella vita quello di rendere felice la propria famiglia prima di loro stessi.

Quando Vanessa Paradis gli annuncia con voce suadente ma ferma che ha sviluppato una rara malattia della pelle perchè è allergica alla sua presenza, Jacques ha subito una fiducia incrollabile sul fatto che il loro allontanamento sia una condizione temporanea e che, una volta guarita, sua moglie lo accoglierà di nuovo. Va via di casa, dopo aver salutato il figlio, senza nemmeno una valigia e, come un animale domestico abbandonato, trova rifugio in un anonimo motel la cui camera è poco più grande di una cuccia.

Con la stessa velocità con cui quando le cose vanno male non possono che andare peggio, questo individuo anonimo, che mi ha ricordato il Vitangelo Moscarda di Uno Nessuno Centomila di Pirandello, perderà lavoro, dignità e identità, fino a tornare al punto di partenza in uno stato totalmente alterato.

L’efficacia della pellicola emerge nel fatto di raccontare le fasi di questa metamorfosi quasi kafkiana interrogando costantemente lo spettatore: stiamo assistendo ad un parallelismo tra condizione umana e animale, al genere grottesco nella sua forma migliore o alla realtà del nostro tempo?

A tutto questo insieme, condito con un pizzico di violenza ed una buona dose di inquietudine.

Voto 3,5/5