L’Americana

C’era questa grande tettoia nel cortile, dove l’uva fragola aveva fatto la sua casa…Sua nonna la chiamava l’uva americana e a lei piaceva l’idea che gli acini verdi dessero un tocco di esotismo alle sue vacanze desolate, segnando l’inizio della stagione calda.

Non aveva mai amato quel luogo, la campagna non faceva per lei: qual è il senso dell’estate senza mare, del resto?

Ma il profumo fruttato che si faceva più intenso col trascorrere delle settimane, regalandole ombra preziosa per le sue letture pomeridiane, sarebbe stato uno dei ricordi più vividi della sua infanzia.

Che viaggi incredibili immaginava di intraprendere, mentre divorava le pagine dei suoi autori preferiti: aveva già deciso come arredare il loft a Tribeca, quali rose scegliere per il giardino della tenuta in Maine…e poi le cavalcate nel deserto di Atacama, i pellegrinaggi in Nepal, la steppa Siberiana in treno, salpare per il mar del Giappone…

Sognava la vita che sarebbe arrivata, prima o poi, da una sedia pieghevole all’ombra del vigneto nella canicola estiva. I suoi dodici anni erano solo l’attesa delle grandi imprese future e per questo lo spazio ed il tempo presente non avevano importanza. Contavano soltanto i libri. E i gatti.

Poi, proprio quando l’uva si faceva finalmente nera e pronta per essere mangiata, giungeva inesorabile il tempo di tornare in città. Si sarebbe ricordata le nozioni imparate a scuola l’anno precedente? Sarebbe stata ancora la prima della classe?

Allora la assaliva il terrore, o forse la consapevolezza che anche nella sua esistenza nulla sarebbe cambiato, che avrebbe aspettato per sempre che i frutti divenissero maturi senza avere la possibilità di assaporarli. Mai.