Elba

Non ero riuscita ad assopirmi durante il viaggio, eppure il cielo di metallo mi scrollò di dosso un vago torpore, quando scesi dal treno, come una doccia ghiacciata. Nemmeno il tempo di riprendere fiato, che subito venni aggredita dal momento dei convenevoli.

Sarebbe toccato a me parlare, mostrarmi affabile con gli ospiti che ci attendevano, tuttavia riuscivo soltanto a pensare al freddo insopportabile che mi penetrava nel profondo, come una scarica elettrica.

Silenzio durante il percorso in auto verso la città, ancora silenzio passeggiando per le vie del centro. Sentivo il disagio crescente di chi mi stava a fianco, potevo toccare con mano il prodigarsi di tutti nel tentativo di farmi rilassare, misto alla certezza che nulla avrebbe potuto risolvere il mio rifiuto di quel posto, di quelle persone, di quel futuro ipotetico che si celava minaccioso oltre la porta d’ingresso.

Gli edifici della città erano ancora insozzati di nero dai bombardamenti inglesi del ’45 e le ombre incombevano sul centro storico come presagi sinistri di un nemico che era stato sconfitto ma non era morto…

Volevo davvero legarmi ad una famiglia che affondava qui i propri artigli?

Ogni volta con loro, era come stare seduti su un cuscino di velluto da cui spunta uno spillo…Restavo spiazzata dalle battute ironiche che inquietavano invece di far sorridere, dallo sguardo inquisitore mascherato da buone maniere e soprattutto da quel modo strategico di usare il tedesco nel bel mezzo di un discorso, come a volermi escludere da chissà quale piano.

Ero davvero innamorata di lui tanto da consegnarmi allo scenario più tetro che avessi mai visto?

La verità era che quella visita a sua madre e al nuovo marito mi stava sbattendo in faccia una progettualità che non avevo mai avuto.

La cena in programma nel ristorante dove i due avevano celebrato il matrimonio, quando ancora nemmeno conoscevo il ragazzo che ora mi chiamava tesoro adorato, aveva scritto sul mio segnaposto ” Guarda che le cose si stanno facendo serie”.

Il menu mi costringeva a valutare, come portata principale, una successione di eventi che andavano ben oltre i programmi del fine settimana, oppure la scelta del locale era banalmente dovuta al fatto che fosse l’unico posto in cui mangiare qualcosa di decente in tutta la provincia?

Tentai di deglutire, consapevole che non sarei mai stata in grado di scaldarmi fin quando non fossi risalita sul treno e poi sull’aereo che mi avrebbe scortata verso casa.

Le mie congetture si stavano poggiando come mattoni, una ad una, sul terreno fertile della mia razionalità, quando ci fermammo ad osservare il fiume.

La fluidità con cui le acque, sfiorate dal tramonto, si lasciarono lambire dalle tenebre fu così immediata da farmi rattristare ulteriormente, se mai fosse stato possibile…

Seguii le ultime sfumature di luce venire raccolte da un’enorme bolla di sapone che mi sfiorò prima di volare lontano. Mi voltai, in cerca della fonte del gioco che tanto amavo da bambina e vidi delle testoline bionde che cercavano di afferrare quella schiuma arcobaleno fluttuante sulle onde.

I piccoli si rincorrevano in un girotondo intorno ad un ragazzo, esile ed elegante nel suo blazer nero, che sembrava non curarsi del freddo mentre orchestrava le bacchette per creare danzanti bolle colorate…

Mi incantai ad osservare le sue mani, le dita lunghe, curate e lo sguardo rivolto al cielo che solo per un attimo incrociò il mio. In quell’istante si fermò ogni cosa: i discorsi inutili di mia suocera e di suo figlio, il vociare sommesso degli estranei intorno, la vivacità incontenibile dei piccoli.

Io e quello sconosciuto: ci guardammo, riconoscendoci, mentre come portati via dal vento rimanevamo, a pochi passi di distanza nella notte di una città che, ne ero certa, non apparteneva a nessuno dei due.

Fu l’unica foto che scattai del viaggio a Dresda: il riflesso poetico di un giovane che disegna magie per dei bambini.

Il tempo avrebbe ridotto i protagonisti di quel soggiorno a sagome sbiadite di un brutto ricordo, ma il suo viso delicato sarebbe tornato a scaldare i miei sogni per innumerevoli notti negli anni a venire…allora già lo sospettavo…forse.

Spesso le risposte ci attendono fino a quando siamo preparati ad accettarle.

elba

Dresden