Case Mobili

A volte mi chiedo quale sia il senso dell’aggettivo temporaneo in termini quantitativi, se lo si pone come concetto del tutto relativo.

Ho potuto constatare personalmente che in una scala dove il per sempre ha ormai delle scarsissime potenzialità, temporaneo per me può comunque corrispondere a periodi esageratamente lunghi, forse anche di anni.

Le situazioni di passaggio racchiudono una carica emotiva che, nel bene o nel male, sprigiona una confusione mista ad euforia condensate in una nebbia, più che in una soffice nuvola…Ora, quanto a lungo possa durare l’essere bloccati nella coltre spessa e grigia dipende soltanto dal fatto che questa sia più o meno fitta.

Ho imparato a mie spese di non poter confidare in un forte vento, o in un temporale perchè si diradi più velocemente e anche quando mi è sembrato di intravedere qualche sagoma o la luce fioca di una soluzione inaspettata, si è sempre trattato di un riflesso ingannevole.

C’è poi da dire che la spiacevole sensazione di restare immobili e disorientati in attesa che il pulviscolo umido si dissolva, è una falsa impressione che rende i nostri passi piccoli ed esitanti verso cieli più tersi.

L’appartamento che avevo trovato sarebbe dovuto essere un affitto temporaneo in attesa…di una vita nuova. Quando avevo chiuso per la prima volta la porta d’ingresso alle mie spalle, osservando gli scatoloni nei quali erano stipati gli ultimi guaiti dei miei vent’anni, mi ero resa conto di aver lasciato fuori dalla porta amori immaginari e relazioni fallite, lavori con la data di scadenza, persino un intero quartiere della città entro cui tutto questo si era svolto, con le false speranze di un lieto fine.

In una mansarda così minuscola, dove il divano letto si incastrava a malapena col tavolo da pranzo, figuriamoci se i ricordi e le buone intenzioni avevano anche solo la possibilità di entrare. Avevo esitato per mesi prima di smontare i cartoni, ma quando mi resi conto che non avrei trovato lavoro, fidanzato ed attico in centro nel reparto frutta del supermercato, mi rassegnai a riporre i libri sugli scaffali per fare un po’ di spazio in quel rifugio che mi ostinavo a non chiamare casa. Come per fare un dispetto al tempo beffardo, non avevo appeso nessun quadro alle pareti, il che, ai miei occhi, rendeva tutto ancora da definire…

Il rumore degli operai al lavoro era diventato la mia sveglia mattutina: dall’altra parte del cortile stavano tirando su un palazzo nuovo di zecca. Avete presente quelle costruzioni denominate con i voti che neanche i primi della classe hanno mai preso al liceo? A+, A², A all’ennesima potenza : si trattava ancora dello scheletro, ma l’immagine sfavillante sul tabellone dell’ufficio vendite faceva sognare…

Mentre il temporaneo si stava cristallizzando nel mio sottotetto col bagno cieco, una mattina scorsi dei mobili al terzo piano di fronte a me. Fu un sabato piuttosto sconvolgente, mentre mi domandavo quanto avesse impiegato quel cantiere a diventare un edificio abitabile , sorpassando da destra la mia vita in attesa di traslochi importanti che profumavano di divani bianchi angolari, librerie di design e tavoli di marmo.

Aprii l’unica finestra di casa , ma la nebbia non voleva proprio abbandonarmi.

Se la mancanza di tende provava ad alleviare quel costante senso di soffocamento che il monolocale mi provocava, nella fotografia tutta vetri che aveva preso vita davanti a me, si trattava di una scelta puramente estetica che mi regalò un insolito passatempo serale: osservare le vite in prima classe.

C’era la coppia noiosa del quarto con i due figli, maschio e femmina, in età pre scolare, la tata fissa e mai tutti nella stessa stanza. C’erano i miei coetanei del primo, di cui però intravedevo solo la camera da letto e bastava questo a scavare ulteriori interrogativi sull’avere trent’anni da diversi punti di vista. Poi c’era il terzo, il mio preferito, non solo perchè era stato il primo ad animarsi, ma perchè mi sembrava che quegli ultra cinquantenni che non smettevano mai di gesticolare, unici del condominio a cenare in terrazza, avevano due gatti e nel weekend restavano in città, si amassero ancora, o nonostante tutto.

Era angolare l’appartamento del secondo piano dove la luce si spegneva per ultima: non so se fosse sempre così, oppure se mi fossi ritrovata ad aspettare che diventasse buio proprio lì per andare a dormire anch’io…Il punto era che l’uomo che, ignaro, stava giocando col mio ritmo del dormi veglia era diventato una compagnia costante. Entrambi rincasavamo tardi durante la settimana, la cucina non era la nostra zona preferita in cui intrattenerci e sul divano alternavamo qualche libro a delle serie tv: due solitudini allo specchio.

Una sera chiusi gli occhi dispiaciuta perchè lui non era ancora tornato, ma la mattina dopo, quando lo vidi armeggiare in un cassetto della sala, segno che non aveva passato la notte fuori, andai a lavoro più leggera ed incurante del ritardo.

L’idea che, mentre osservavo, potessi essere osservata a mia volta non mi aveva mai sfiorata, così come la possibilità di poter attraversare il cortile provando che quelle vite ai piani alti non solo fossero reali ma esistessero per davvero. Eppure ci stavo pensando, proprio adesso, mentre per la prima volta in un anno,  stavo allungando la strada di ritorno dalla palestra per dare un’occhiata alla facciata principale dello stabile di cui conoscevo l’interno a memoria.

La vista dava sul parco e la portineria assomigliava alla hall di un albergo di lusso: era come se accogliesse a braccia aperte un’esistenza luminosa con la stessa naturalezza con cui il mio civico si ripiegava nella strada secondaria a senso unico, esposto a nord e soltanto ad un passo da lì…

Avevo ancora il naso all’insù su quando sentii vicina una voce maschile che mi salutò con tono amichevole.

-Ciao…, risposi, voltandomi con aria sorpresa

-Se non sbaglio ci conosciamo, tu abiti di fronte a me, disse lui

Mi accorsi che stava iniziando a diluviare.