Normal People

Per creare qualcosa di originale, non è necessario avere una storia complicata da raccontare e farcirla di aneddoti inutili non la renderà più interessante. Come in tutte le ricette migliori, la vera magia si sprigiona dal giusto dosaggio e dal bilanciamento di pochi ingredienti semplici, materie prime che sono sempre le stesse ma devono essere di qualità.

Ho deciso di iniziare la serie Normal People subito dopo aver terminato il romanzo di Sally Rooney da cui è tratta, per verificare se la delicata ed avvolgente miscela di desiderio, tenerezza, ricordi, dolore, solitudine e abbandono che si rincorrono e sovrappongono pagina dopo pagina, fosse stata tradotta in immagini con la stessa efficacia.

Il risultato è stato un pianto alternato ad un vuoto allo stomaco a seconda delle puntate, segnale inequivocabile di un’operazione perfettamente riuscita. Nonostante conoscessi l’esatto sviluppo della trama, l’esperienza di queste dodici pillole dolciamare è stata ancora più intensa della lettura. I primi sei episodi, non a caso scritti dall’autrice stessa, non tralasciano alcun particolare del testo, mentre gli altri si concedono alcune licenze poetiche funzionali a trasferire in linguaggio visivo espedienti narrativi, come l’uso del discorso indiretto libero, e dettagli famigliari largamente usati dalla Rooney per descrivere il disordine emotivo dei protagonisti.

Questo momento le sembrerà di un’intensità insopportabile anche nei ricordi, ma ne è già consapevole fin d’ora, mentre sta accadendo. Non si è mai considerata degna di essere amata da qualcuno. Adesso però ha una nuova vita, di cui questo è il primo istante, e anche dopo tanti anni penserà ancora: Sì, proprio così, quello è stato l’inizio della mia vita.

Marianne e Connell scoprono di amarsi e di volersi, ma mai nello stesso momento. Prima è una cosa impossibile da ammettere pubblicamente per lui, poi lo diventa per lei e quando sembra che le loro strade sentimentali si siano definitivamente divise, entrambi si accorgono di camminare sullo stesso sentiero…eppure, ogni volta che uno dei due rallenta per aspettare, l’altro lo supera senza capire e così via. E’ come se non riuscissero mai a tenersi per mano per più di qualche passo, in una situazione che potrebbe essere sintetizzata dal titolo di un romanzo di Jeanette Winterson: Why Be Happy When You Could Be Normal?

Lei ha sentito che gli altri li stavano guardando, era come una pressione fisica sulla pelle. Forse fino a quel momento non ci avevano veramente creduto, oppure aleggiava ancora un fascino morboso su quanto un tempo aveva fatto scandalo. Forse erano solo curiosi di osservare la chimica tra due persone che, con ogni evidenza, nel corso degli anni, non erano riuscite a stare lontane l’una dall’altra. […]

Sentirsi così completamente in balia di un’altra persona era strano, ma anche molto normale. Nessuno può essere del tutto indipendente dagli altri, ha pensato, per cui forse valeva la pena smettere di provarci e lanciarsi nella direzione opposta, dipendere dagli altri per tutto, lasciare che loro dipendessero da noi, perchè no. Marianne sa che lui la ama, non se lo chiede più.

L’amore giovane è fatto di tempi sbagliati, ma soprattutto è ciò che più si avvicina alla felicità assoluta soltanto nell’intimità di un letto che guarda il mondo dalla finestra…quando si esce dalla stanza, bisogna fare i conti con il proprio ruolo nelle relazioni con gli altri, non solo in cerca di approvazione e consenso ma dell’affermazione della propria individualità. Il sentimento non si perde, nè si affievolisce, ma dapprima viene trascurato, poi accantonato, a volte anche rifiutato. Infine, si prova a dimenticare, illudendosi di poter crescere.

In classe ti comporti in modo diverso, non sei veramente così. Sembrava convinto che Marianne avesse accesso a una serie di identità diverse, e che passasse dall’una all’altra senza alcuno sforzo. Questo l’ha sorpresa, perchè in genere si sentiva costretta all’interno di un’unica personalità, che era sempre la stessa a prescindere da quello che faceva o diceva. In passato aveva cercato di essere diversa, una specie di esperimento, ma non aveva mai funzionato.

Se da adulti, tutte le famiglie felici si assomigliano mentre ogni famiglia è infelice a modo suo, quando hai vent’anni è difficile gioire per le stesse ragioni degli altri, ma il senso di inappartenenza a ciò che si ha intorno è come una fitta sorda che trafigge quotidianamente l’umore in cui tanti si rifugiano.

Normal People affronta questa indagine psicologica con una semplicità disarmante, evidenziando il conflitto che si crea nel voler aderire all’ immagine che gli altri hanno di noi, all’ idea che vorremmo avere di noi stessi e a chi siamo veramente. Le parole scritte non sono mai scontate, mentre i dialoghi si poggiano sui silenzi e sul respiro delle immagini nella serie.

Proprio l’uso sapiente della fotografia e della luce e la cura dell’abbigliamento che è insieme stato d’animo e momento di evoluzione dei personaggi, contribuiscono a dare tridimensionalità alla carta stampata, mentre i protagonisti ci conquistano grazie a Paul Mescal e Daisy Edgar- Jones, che definirei molto più di due giovani promesse del cinema.

L’attore irlandese è al suo primo ruolo televisivo, mentre la ventiduenne interprete inglese ha già all’attivo diverse produzioni e qui incanta anche per il perfetto accento irish che sfoggia mentre fissa la camera con lo stesso sguardo di Winona Ryder agli esordi. Altro da aggiungere? E’ lei il volto della campagna di Jimmy Choo per l’autunno…

Belli nella loro normalità, entrambi mostrano un gran talento recitativo nello sfumare i toni della timidezza con cui i loro personaggi nascondono un’intelligenza sopra la media che può spaventare in un paesino della provincia irlandese tanto quanto tra i facoltosi studenti del Trinity College a Dublino.

Era cultura intesa come manifestazione di classe, letteratura elevata a feticcio per la sua capacità di offrire agli eruditi finte esperienze emotive, cosicchè in seguito potessero sentirsi superiori agli incolti delle cui esperienze emotive amavano leggere. Anche se in sè lo scrittore era una brava persona, e anche se il suo lavoro era davvero acuto, alla fin fine i libri erano tutti commercializzati come status symbol, e chi più chi meno gli scrittori partecipavano a questa commercializzazione. Presumibilmente era così che l’industria faceva soldi. La letteratura, così come appariva in queste letture pubbliche , non aveva nessun potenziale come forma di resistenza o cose del genere. Eppure quella sera Connell è andato a casa e si è riletto gli appunti che aveva preso per un nuovo racconto, e si è sentito in corpo il vecchio battito del piacere, come quando assisti a un goal perfetto, come la danza frusciante della luce tra le foglie, o le note di una canzone dal finestrino di una macchina che passa. La vita regala questi momenti di gioia nonostante tutto.

Conosciamo i due alle superiori, dove l’emarginata è Marianne e, anche se la madre di Connell fa le pulizie nella sua villa di famiglia, la divisa scolastica allontana qualsiasi differenza di estrazione.

Normal People

I ruoli si invertono all’università, quando d’improvviso l’abbigliamento di lui diventa inadeguato perchè è rimasto inalterato, mentre gli abiti colorati ed elegantemente appropriati di lei contribuiscono a definirne il fascino e l’emancipazione da tutto ciò che era prima, come un codice d’entrata in una nuova vita.

A casa, la timidezza di Connell non sembrava mai un grosso ostacolo alla sua vita sociale, perchè tutti già sapevano chi era, non era mai necessario presentarsi o dare un’impressione di sè. Al contrario la sua personalità sembrava un’appendice esterna a lui, manovrata dalle opinioni degli altri, più che una cosa che creava o produceva individualmente. Adesso ha una sensazione d’invisibilità, d’inconsistenza, sprovvisto com’è di una reputazione che lo possa raccomandare a chicchessia. Benchè il suo aspetto fisico non sia cambiato, si sente obiettivamente più brutto di quello che era. Il suo abbigliamento ha cominciato a metterlo a disagio. Tutti i ragazzi del suo corso portano gli stessi giacconi cerati e gli stessi pantaloni chino color prugna. Non che Connell abbia problemi col fatto che la gente si vesta come le pare, ma se si vestisse in quel modo si sentirebbe un perfetto coglione. D’altro canto, ciò lo costringe a riconoscere è dozzinale e fuori moda., Le uniche scarpe che ha sono un paio di Adidas vecchie bacucche con cui va dappertutto , anche in palestra.

Persino la catenina che Connell porta sempre al collo, inizialmente dettaglio sexy che brilla sul torso atletico del ragazzo, diventa oggetto di scherno perché tratto distintivo della working class da cui proviene…

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Connell

Ha una giacca nera su una maglietta bianca macchiata, sotto la quale Marianne intravede il luccichio di una sobria catenella che porta dai tempi del liceo. Una volta Peggy ha descritto la catenella come ” una sciccheria da grandi magazzini Argos” e Marianne ha provato imbarazzo, senza peraltro essere in grado di dire per chi.

La disuguaglianza sociale, i difficili rapporti famigliari, le amicizie a cui si aspira che diventano delle inutili delusioni una volta conquistate, delineano uno spaccato di verità in cui ci si riconosce e a cui si guarda con un misto di rabbia e malinconia per le cose che, con la consapevolezza di oggi, allora avremmo fatto in maniera diversa…

It’s money though, isn’t it? The substance that makes the world real

Mi sono innamorata del maglioncino giallo indossato da Marianne nell’episodio 5, che riappare come una piacevole sorpresa anche in quello finale: ha la cosiddetta lavorazione Aran, la classica maglia irlandese che deve il suo nome al gruppo di tre isole situate nella baia di Galway.

Originariamente, ogni diversa tipologia di punto corrispondeva ad un clan famigliare e il dettaglio dell’intreccio cambiava a seconda delle destinazioni d’uso.

Alexander McQueen ne propone di meravigliosi tutte le stagioni e per quest’autunno richiama lo stesso giallo ocra che ritorna spesso nella serie: le infradito di Marianne d’estate, il suo cardigan lungo a piedi nudi nell’Oceano, la camicetta della psicoterapeuta, persino il Nudo di Duchamp nella scena del Guggenheim a Venezia.

Alexander McQueen Fall 2020
Normal People

C’è poi quel meraviglioso peacock blue che ricorre altrettanto spesso, dall’abito in velluto che Marianne indossa alla festa con giacca bordeaux ed orecchini argento ad illuminarle il viso, alle t-shirt e maglioni di Connell nelle ultime puntate…Un binomio di colori che tinge d’autunno tutta la pellicola, cambiando d’umore come il cielo d’Irlanda, condito da una colonna sonora struggente, fatta di brani indie e di alcune cover, come la didascalica Love Will Tear Us Apart cantata da Nerina Pallott.

Normal People

Questa narrazione dolorosamente perfetta potrebbe essere quasi una nuova versione della Solitudine Dei Numeri Primi. Marianne e Connell assomigliano moltissimo ad Alice e Mattia del romanzo di Paolo Giordano, con la loro amicizia difettosa e asimmetrica, fatta di lunghe assenze, di molto silenzio e di dialoghi impacciati mentre le mani stringono una tazza di tè…

Ci sono la stessa ferita aperta del liceo, lo stesso rifiuto del mondo per lui e la sensazione di essere rifiutata dal mondo per lei e quello spazio vuoto e pulito che si crea solo quando stanno insieme e dove entrambi possono tornare a respirare.

I never feel lonely with you

Sussurra Connell nell’ennesimo capitolo di una storia d’amore spezzata continuamente dai fraintendimenti e dalle scelte che ” si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante”…

Non riusciva a capire come fosse potuto succedere, come avesse potuto lasciarsi sfuggire di mano la conversazione in quel modo. Adesso era troppo tardi per dirle che voleva stare da lei, questo era chiaro, ma quando era diventato troppo tardi? Immediatamente, a quanto pareva.

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Voto 4.5/5

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