The Commitments

Dato che stiamo combattendo una pandemia dal divano di casa, postare un quadrato nero sul proprio profilo social per molti ha significato la prima vera presa di posizione contro il razzismo: troppo facile.

Quando lo scorso due giugno Instagram è stato invaso da riquadri scuri con la dicitura #BlackOutTuesday, molti neanche sapevano che l’iniziativa era stata organizzata da Live Nation insieme a diverse etichette discografiche tra cui Warner Music Group, Sony/ATV, Universal Music, Motown, Capitol Records, British label Dirty Hit, Eminem’s Shady Records che hanno sospeso per un giorno qualsiasi attività.

#TheShowMustBePaused era il secondo indicatore dell’onda virtuale, scatenata dalle produttrici musicali Jamila Thomas and Brianna Agyemang e cavalcata da artisti come Ariana Grande e Rihanna, che hanno sostenuto e promosso la dimostrazione. Anche Spotify ha aggiunto otto minuti e quarantasei secondi di silenzio ad alcune playlist e podcast come tributo a George Floyd.

Un giorno per disconnettersi dal lavoro e riconnettersi con la propria comunità ha però rischiato di silenziare messaggi importanti della cronaca che si stava svolgendo per le strade, tra i manifestanti, tra gli attivisti che intanto lanciavano parole urgenti nella realtà del presente, come il discorso di Tamika Mallory a Minneapolis, per l’adesione globale a portata di click che nell’aggiungere anche l’ hashtag #BlackLivesMatter ha scombinato l’algoritmo della ricerca.

Per qualche ora il silenzio degli account della moda è sembrato assordante, finchè Valentino ha rotto il ghiaccio e (quasi) tutti gli altri brand hanno seguito a ruota: mentre le ore passavano e mano a mano si aggiungevano le partecipazioni, mi immaginavo le telefonate e le discussioni sulla strategia da adottare in quel momento, se aderire e come farlo, con quali parole…

Perchè nel fashion è sempre comunque tutta una questione di business, di potenziali nuovi clienti, di numeri che si vanno a perdere o ad aggiungere al mercato…come in politica.

Se le palette di fondotinta hanno aumentato lo spettro ad infinite sfumature di chiaro-scuro non è soltanto per la campagna contro le diseguaglianze sbandierata dai marchi, ma soprattutto perchè le aziende beauty hanno capito che avrebbero potuto incrementare ulteriormente il loro fatturato se avessero offerto alle donne nere o ispaniche un colore finalmente adatto al loro incarnato, aggiudicandosi una fetta di mercato che fino ad allora avevano praticamente ignorato.

Negli anni ’80 Naomi Campbell ha significato molto per il riconoscimento di un ideale di bellezza diverso dai canoni classici, ma la sua ascesa è valsa poco o nulla per la reale presenza di modelle di colore sulle passerelle o negli editoriali al pari delle bianche occidentali o orientali. E’ restata per decenni la Venere Nera nell’Olimpo delle dee bionde.

Nelle stagioni più recenti la presenza di modelle afro è significativamente aumentata, ma ancora una volta si è trattato di una strategia di business più che di un reale cambiamento culturale. Col fastidioso termine dell’ Inclusività, infatti, il fashion ha deliberato quelle che io definirei le quote nere, così come le quote plus size: un provvedimento temporaneo per equiparare la presenza di generi diversi, introducendo obbligatoriamente un certo numero di black o curvy models. Certo l’intenzione di ridurre la discriminazione e di sfondare il glass ceiling che di fatto impedisce a queste minoranze di raggiungere la vetta dei compensi e dei lavori è sicuramente nobile, comunque io non sono d’accordo sull’ ottenere un lavoro, una carica o una qualsivoglia posizione a prescindere da doti/meriti personali ma solo perchè lo impone una regola.

Il cambiamento deve essere culturale, di percezione dell’altro di scelta equa sulla base dei talenti e non dei talenti in quanto bianchi, neri, grassi, o magri. Finchè il punto di vista da cui si filtra ogni decisione è quello del bianco occidentale, l’inclusività sarà sempre una questione di accettazione di una minoranza nell’ esclusivo WASP Club di cui tutti stiamo cercando l’invito per partecipare. Lo cantava 2Pac in Changes nel ’98 e nulla è cambiato da allora.

Come on, come on

I see no changes, wake up in the morning and I ask myself

Is life worth living, should I blast myself?

I’m tired of bein’ poor and even worse I’m black

My stomach hurts, so I’m lookin’ for a purse to snatch

Quando nel 2017 Edward Enninful è stato nominato Direttore di British Vogue, lui che a soli diciotto anni era già fashion director di i-D magazine e che per i successivi venti è stato tra le figure più influenti nel mondo fashion-cinema e musica, finalmente il wind of change ha cominciato a soffiare verso orizzonti meno miopi.

Edward Enniful

Perchè la gigantesca stortura di tutto questo è la dicotomia tra il cultural zeitgeist e la comunità afro, come se fossero due entità totalmente diverse. Michael Jordan, Prince, Michael Jackson o Witney Houston sono lo sport, la musica, la celebrità degli anni ’80 e ’90 per antonomasia come oggi regnano Serena Williams e Beyonce, mentre Oprah Winfrey è Il Volto televisivo e Obama resta il Presidente che tutti vorrebbero ancora alla Casa Bianca, solo per fare alcuni esempi pop.

Ecco noi non vediamo più il colore della pelle in quegli idoli perchè loro ce l’hanno fatta, in qualche modo nella nostra testa non appartengono più alla comunità nera ma sono entrati nel club di cui sopra. Questa visione sbagliata non appartiene solo alla porzione privilegiata della società, ma alla società stessa, anche ai neri che continuano a combattare per il riscatto sociale che li farà uscire dal ghetto invisibile delimitato da staccionate in legno bianco e cani al guinzaglio perchè l’idea di vincere coincide con quella di lasciarsi alle spalle la propria identità.

Jake Gyllenhaal and Liya Kebede Calvin Klein

Ecco perchè la solidarietà del mondo progressista e politicamente corretto è stata così immediata: è semplice “occuparsi” e solidarizzare con un problema quando non si è parte del problema.

Se poi la lente d’ingrandimento si allontana dagli Stati Uniti e, passando per Regno Unito e Francia, si focalizza sull’Italia, il Belpaese sembra rimasto al Medioevo. Senza andare troppo lontano, considero me stessa ancora una mosca bianca in una società in cui l’uomo e la donna neri sono assenti, figuriamoci le coppie miste. Se la decisione di mia madre di sposare un uomo di colore, ma soprattutto l’apertura mentale dei miei nonni nell’accettare e rispettare la scelta della loro figlia è stato un evento straordinario per gli anni ’80 italiani, io sono nata e cresciuta in un contesto per cui sarebbe stato molto più normale e corretto se io fossi stata adottata invece di essere il dato di realtà di un atto libero, consapevole e che più di trent’anni dopo farebbe ancora fare uno considerevole balzo in avanti a questo Stato che vuole buttare a mare i migranti, che favorisce il caporalato nella gestione dei clandestini per la raccolta della frutta che imbandisce le nostre tavole, che semplicemente ha relegato al ruolo di badanti, domestiche o lavavetri la quasi totalità della popolazione nera.

Anch’io spesso mi sono guardata col binocolo sbagliato, ma il procedere diretta da sempre come eccezione alla regola, come bambina e poi ragazza e oggi donna dalla pelle ambrata, madrelingua italiana con educazione occidentale mi ha portata a pensare a me stessa come non appartenente a nessuna categoria, o minoranza, o maggioranza, e soprattutto a non vedermi più negli occhi degli altri ma soltanto davanti al mio specchio.

Credo fortemente che ciò che le lotte e le conquiste di chi c’è stato prima di noi siano una coperta che ha continuato ad accorciarsi col passare del tempo e la strada che ci avevano sgombrato è di nuovo coperta di sterpaglia. Il sentiero presente è affollato di viaggiatori che non vedono che si tratta di un vicolo cieco.

Io ho scelto il terzo sentiero e per ora osservo.

The Washington Monument and the White House are visible behind the words Black Lives Matter sign that has been painted in bright yellow letters on the 16th Street by city workers and activists, Friday, June 5, 2020, in Washington. (Khalid Naji-Allah/Executive Office of the Mayor via AP)

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Since we are fighting a pandemic from the sofa at home, for many people posting a black square on their social profile meant the first real stance against racism: too easy.

When Instagram was invaded by dark boxes with the words #BlackOutTuesday on June 2nd, most of them did not even know that the initiative had been organized by Live Nation together with several record labels including Warner Music Group, Sony / ATV, Universal Music, Motown , Capitol Records, British label Dirty Hit, Eminem’s Shady Records which have suspended any activity for one day.

#TheShowMustBePaused was the second indicator of the virtual wave, unleashed by music producers Jamila Thomas and Brianna Agyemang and ridden by artists such as Ariana Grande and Rihanna, who supported and promoted the demonstration. Spotify also added eight minutes and forty-six seconds of silence to some playlists and podcasts as a tribute to George Floyd.

One day to disconnect from work and reconnect with our community, however, risked to silence important messages from the news that were taking place on the streets, among the protesters, among the activists who meanwhile were launching urgent words in the reality of the present, such as Tamika Mallory powerful speech in Minneapolis. The global interest a click away has messed up the search algorithm adding the hashtag #BlackLivesMatter to the Black Tuesday posts.

For a few hours the fashion accounts silence seemed deafening, until Valentino broke the ice and (almost) all the other brands followed suit: as the hours passed and the participations gradually added, I imagined calls and discussions about the strategy to adopt at that moment, whether to join and how to do it, with the right words …

Fashion is always a matter of business, potential new customers, numbers that are lost or added to the market … as in politics.

Foundation palettes have increased the spectrum to infinite shades of light and dark not only for the campaign against inequalities heralded by brands, but above all because the beauty companies have understood that they could have increased further their turnover if they had finally offered to black or Hispanic women a color suitable for their complexion, winning a slice of the market that they had practically ignored until then.

In the 80s Naomi Campbell meant a lot for the recognition of a different ideal of beauty from the classic canons, but her rise was worth little or nothing for the real presence of colored models on catwalks or editorials like the western Eastern white girls. She remained the olny Black Venus in a Olympus of blonde goddesses for decades.

In the last seasons the afro models presence has significantly increased, but once again it has been a business strategy rather than a real cultural change. With the annoying term of Inclusiveness, fashion has deliberated what I would call “the black quotas”, as well as the plus size quotas: a temporary measure to equate the presence of different genres, obligatorily introducing a certain number of black or curvy models. Of course, the intention to reduce discrimination and to break through the glass ceiling which in fact prevents these minorities from reaching the top of remuneration and jobs is certainly noble, however I do not agree on getting any position regardless of personal qualities / merits but only because a rule dictates it.

The change must be cultural, of the other’s perception, it has to be a fair choice on the basis of talents and not of talents as white, black, fat, or thin categories. As long as the point of view from which every decision is filtered is the one by the western white people, inclusiveness will always be a matter of accepting a minority in the exclusive WASP Club whose invitation we are all looking for to participate. 2Pac sang it in Changes in 1998 and nothing has changed since then.

Come on, come on

I see no changes, wake up in the morning and I ask myself

Is life worth living, should I blast myself?

I’m tired of bein’ poor and even worse I’m black

My stomach hurts, so I’m lookin’ for a purse to snatch

When in 2017 Edward Enninful was appointed British Vogue Director, thanks to this man who was iD magazine fashion director at the age of eighteen and among the most influential figures in the world of fashion-cinema and music for the following twenty years, finally the wind of change has begun to blow towards less myopic horizons.

The tremendous distortion of all this is the dichotomy between cultural zeitgeist and Afro community, as if they were two totally different entities. Michael Jordan, Prince, Michael Jackson or Witney Houston are the image of the 80s and 90s par excellence as Serena Williams and Beyonce reign today, while Oprah Winfrey is The Television Face and Obama remains the President that everyone would still like to have at the White House, just to give you some pop examples.

We no longer see the color of the skin in those idols because they made it, somehow in our head they no longer belong to the black community but they entered the exclusive club mentioned above. This wrong view belongs not only to the privileged portion of society, but to society itself, even to blacks who continue to fight for the social redemption that will make them come out of the invisible ghetto delimited by white wooden fences and dogs on a leash, because the idea of winning coincides with leaving their identity behind.

This is why the solidarity of the progressive and politically correct world was so immediate: it’s easy to “deal” and solidarize with a problem when you are not part of it.

If then the magnifying glass moves away from the United States and, passing through UK and France, focuses on Italy, the Belpaese seems to have remained in the Middle Ages. Without going too far, I still consider myself a white fly in a society where black men and women are absent, let alone mixed couples. If my mother’s decision to marry a black man, but above all my grandparents’ open-mindedness in accepting and respecting the choice of their daughter was an extraordinary event for the Italian 80s, I was born and raised in a context for which it would have been much more normal and accepted if I had been adopted instead of being the datum of reality of a free, conscious act which, more than thirty years later, would still make a considerable leap forward in this state that wants throwing migrants overboard, which favors the hiring of illegal immigrants for the collection of the fruit that lays our tables, which has simply relegated almost all of the black population to the role of carers, servants or window cleaners.

I too often looked at myself with the wrong binoculars, but proceeding always as an exception to the rule, as a child and then a girl and now as an amber-skinned woman, native Italian speaker with western education led me to think of myself as not belonging to any category, or minority, or majority, and above all to no longer see myself through the eyes of others but only in front of my mirror.

I strongly believe that what the struggles and conquests of those who have been before us are a blanket that has continued to shorten over time and the road that had cleared us is once again covered in brushwood. The path is crowded with travelers who do not see that it is a dead end.

I have chosen the third path and for now I observe.

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