Greed Is Good

Il sistema moda è il tema caldo di queste ore, dal momento che il silenzio del governo nei riguardi di un settore che rappresenta il 4% del PIL del Paese risulta ormai assordante.

Da un lato c’è stata la lettera aperta di Carlo Capasa, Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, che chiede principalmente la riapertura delle aziende entro il 20 aprile per garantire la consegna delle collezioni Autunno/Inverno2020 in tutto il mondo e la produzione di quelle dell’Estate 2021, dall’altro lo sfogo che Giorgio Armani ha esternato sulla rivista WWD, invocando un rallentamento generale ed un ritorno ad una dimensione più umana del tutto.

Secondo Re Giorgio, il segmento del lusso avrebbe adottato gli stessi metodi operativi del fast fashion e, prendendo il sopravvento sulla creatività, la finanza ne avrebbe esasperato il mercato.

Greed Is Good

diceva un grandissimo Michael Douglas, alias Gordon Gekko, nel film Wall Street.

Il suo discorso sull’economia americana è una lezione che ha guidato questi ultimi trent’anni, incurante della terra bruciata che lasciava dietro di sè ed ora l’intero mondo è in fiamme.

Secondo uno studio di Mediobanca su 173 Aziende Moda Italia con un fatturato superiore a 100 milioni, nel 2018, il giro d’affari totale del fashion era di 71,7 miliardi di euro (+22,5% sul 2014 e +3,4% sul 2017), con un’impennata nel 2015 (+9,4%) ed una crescita che non è mai stata inferiore al 3,4% annuo, portando utili che ad oggi sfiorano i 4 miliardi.

Il 2019 ha poi registrato una sensibile frenata, chiudendo a 66,8 miliardi di ricavi. Tutto questo tenendo soltanto conto di abbigliamento, pelletteria e gioielleria, perchè se aggiungessimo occhiali, trucchi e cosmetici i numeri sarebbe quasi doppi.

La tanto denigrata avidità è sembrata giusta e sana finora, per un comparto la cui velocità è irraggiungibile da tutti gli altri motori nazionali, ma che è sempre stata fortemente sbilanciata verso l’estero: il principale sostegno a questo settore, infatti, è dato dall’Export verso mercati extraeuropei, Cina ed USA in primis.

E’ proprio questo il motivo per cui il numero delle collezioni proposte è aumentato. Insomma i marchi del lusso come Valentino, Prada o Gucci non si sono assoggettati alle regole di Zara, Mango, o H&M proponendo capi estivi d’inverno o invernali d’estate, perchè non hanno mai giocato la stessa partita e tantomeno lo stesso sport…

Nei primi anni 2000 nacquero le prime collezioni di lusso presentate in primavera con capi destinati a chi, nei mesi invernali, andava in vacanza in posti esotici: da qui il termine Cruise, crociera, o Resort, con cui vengono chiamate. La loro funzione è poi cambiata nel tempo: sono diventate fondamentali per le case di moda, e destinate ai mercati più promettenti e ai clienti più disposti a comprare. Prova ne è che i luoghi in cui vengono organizzate queste sfilate sono indicativi dei mercati che vanno meglio.

Inoltre non sono più dedicate ad un abbigliamento “da vacanza”,  ma offrono capi che si possono indossare tutti i giorni, molto più portabili di quelli delle collezioni principali che sfilano a febbraio e settembre e per questo rappresentano solitamente il 70% dell’acquisto complessivo dei negozi dell’intera stagione, oltre ad essere presenti in boutique per il periodo più lungo possibile prima dei saldi.

Ancora una volta, l’avidità ha giocato un ruolo fondamentale per la massimizzazione dei profitti.

I top brand con il loro Made In Italy garantiscono produzioni nazionali, manodopera qualificata, quindi prezzi più alti e un margine di guadagno minore col vantaggio di una clientela finale che non viene scalfita da crisi economiche o cambiamenti sociali.
Le grandi catene, con le loro produzioni delocalizzate nel Sud Est del mondo, con prezzi fortemente competitivi ed un’ offerta sconfinata per un mercato bulimico, si garantiscono guadagni stellari su un prodotto totalmente privo di valore.

Mi piace pensare che il fast fashion stia agli allevamenti intensivi come il métiers d’art delle grandi maison sta ai presidi slow food

Paradossalmente, per entrambi i giocatori, la fetta di torta di guadagno finora non ha lasciato nessuno a bocca asciutta, c’è però da capire se le riserve basteranno per fronteggiare questa stagione cupa.

Ora che tutto il mondo si è bloccato, Business Of Fashion scrive che il mondo del lusso si dovrebbe “ibernare”, facendo finta che il 2020 non sia mai esistito, vendendo tutto ciò che c’è a magazzino (possibilmente scontato) e proponendo le nuove collezioni di quest’anno il prossimo.  Ecco io non credo sia la strategia giusta, credo invece che sia il momento di osare, di dare respiro sostegno e benzina ai prodotti d’alta gamma, a ciò che è stato ideato creato e prodotto localmente e che rappresenta la nostra eccellenza in tutto il mondo: è il momento di attaccare e di essere avidi nel modo più sano del termine, pronti verso le nuove richieste di un mercato che forse questa pandemia ha educato ad essere più lungimirante e attento alla qualità e all’acquisto di beni capaci di durare nel tempo senza perdere il loro valore.

Il fallimento del colosso americano Forever 21 e le prime avvisaglie di declino delle altre  catene del fast fashion hanno interessato gli studi nel settore molto prima del lockdown e il Coronavirus sta solo accelerando un processo che si era già avviato: l’offerta è maggiore della domanda, non si può più ignorare che l’impatto ambientale dell’industria non è mai stato sostenibile ed è oltremodo esposto ai meccanismi della schiavitù moderna.

Ora l’aiuto fondamentale deve arrivare dallo Stato, che non soltanto ha il dovere di non ignorare il segmento fondamentale del paese che è la Moda, ma che può scorgere la prospettiva luminosa del Made In Italy nell’epoca post pandemia e post fast fashion sul piano economico e culturale.

Le produzioni dalle radici attente all’ambiente e all’ambito sociale, con imprinting di creatività e artigianalità, durevoli nel tempo grazie all’ originalità intrinseca devono essere fatte ripartire subito per gettare i semi sui terreni di un mercato che presto sarà orfano dei prodotti usa e getta e che ha già sete di nuove colture, questa volta di qualità.

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Vogue Italia, Aprile 2020

 

2 pensieri su “Greed Is Good

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